Calcutta è una città che scuote, che distrugge, mettendoti al muro, in un odi et amo gridato dai cumuli di immondizia agli angoli delle strade. Non ci sono fogne, né bagni, né strade asfaltate: in giro mucche, cani, galline, uomini cavallo e bambini. E’ una città di impressioni: alcune forti, urlate, impresse sopra il rumore del traffico che non conosce riposo; altre silenziose, delicate, difficili da ascoltare e da comprendere. Ci sono voci nascoste dai clacson delle moto e dalle macchine, canti mariani e richiami di muezzin, segnali di panico e richieste di aiuto, sottolineate dalle grida di chi da questa città vorrebbe fuggire, perché quello che vede è davvero troppo. Ma ci sono anche le parole che vincono il frastuono e penetrano nel nostro silenzio interiore, facendo breccia, imprimendosi nella memoria.

Color cerbiatto, zuccherino, un liquido denso, carico di latte. Lo passano attraverso un tessuto bianco, di dubbia pulizia, per arrivare alla consistenza giusta, mentre un capannello di gente guarda attenta. Dicono che i rickshaw pullers, gli “uomini cavallo”, lo bevano per resistere alla fame, per farsi forza in mancanza di cibo. Ora i turisti ne fanno un rito di passaggio, un modo per sentirsi integrati in questa terra distante, un sapore zuccherino in un’amara, irrisolvibile povertà.

A Calcutta si trovano ovunque, i venditori di thé: a ogni angolo delle strade, accovacciati, apparentemente insensibili al dolore di tante ore rannicchiati sulle ginocchia. In un lillipuziano vasetto di terracotta, versano il liquido bollente, aspettando che si getti via il bicchiere appena finito, aggiungendolo al mucchio di immondizia per le strade. Nella mia camera fa ancora capolino, quel piccolo contenitore, scambiato da tutti per un oggetto bioetico, uscito illeso dalle immancabili liti in aeroporto, tra i chili in più nel bagaglio verso casa.

Le scene quotidiane sono quelle tipiche di una grande città indiana, congestionate di rumori, contraddizioni e colori, quelli dei banchetti di strada, dei “saree” e dei “kameez shalwar” indossati dalle donne che tuttavia non disdegnano anche gli abiti occidentali.

Calcutta non nasconde la sua multiculturalità (marwaris, indu, musulkmani, parsi, ebrei eccetera) e neppure la sua effervescenza che manifesta nelle sue inziative culturali, fiere, festival cinematografici, conferenze, concerti e feste religione, come, tra settembre ed ottobre, la Durga Puja, la più importante della città.

Terribile e meravigliosa Calcutta.

 Ho visto sorrisi che non dimenticherò mai, dimostrazioni di affetto da gente di strada e manifestazioni di generosità dai poveri più poveri. 

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